Scaramouche

Un classico romanzo di cappa e spada

Rafael Sabatini, il Salgari di Jesi re dei bestseller

Rafael Sabatini (1875-1950), nato a Jesi da madre inglese e padre italiano, fu autore di oltre trenta romanzi e numerosissimi racconti, tutti improntati al genere dell’avventura, nel quale la critica lo ha accostato, per qualità e forza narrativa, ad Alexandre Dumas. Accanto a Scaramouche, scritto nel 1921, famosissimi sono i romanzi di Capitan Blood (1922) e Lo sparviero del mare (1915).

Fatti e pareri

"Bello. Questo classico "di genere" ritrovato dopo molti anni di oblio merita davvero di essere letto. L'ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi sono ottimi e non mancano l'azione e i colpi di scena, in un equilibrio che definirei quasi perfetto. La parte più interessante della "rocambolesca" vita del giovane avvocato Andre-Louis Moreau è quella in cui si unisce a una compagnia di saltimbanchi, recitando la parte di Scaramouche, una delle maschere più famose della commedia dell'arte." ~ KatieLaRochejaquelein,anobii.com

"Sabatini è stato il maestro del romanzo storico e di cappa e spada della prima metà del XX secolo come Dumas padre lo è stato per l’800. L’azione rutilante non soffoca la psicologia dei personaggi, in questo equilibrio perfetto molti narratori d’avventura del nostro tempo (da Gianluigi Bonelli a George Lucas) hanno ammesso di dovergli qualcosa. Ma al lato fanciullesco dell’avventura affianca anche riflessioni sulla natura umana, sulla storia e sulla politica che non ci si aspetterebbero da uno snobbato autore “di genere”. Sabatini sembra non credere nella sacralità della Rivoluzione, anzi sembra dire che tutti hanno le loro ragioni e che a trarne vantaggio è stata la nuova classe, la borghesia, non il volgo. André passa da avvocato ad attore a spadaccino a tribuno del popolo, facendo tesoro delle esperienze passate, usando il teatro come specchio della realtà, e viceversa ammettendo di vestire i panni di Scaramouche anche in politica. Il mondo è un palcoscenico e noi siamo tutti attori, diceva Shakespeare. E questa sembra proprio la filosofia a base di Scaramouche, che si apre con la frase (incisa anche sulla lapide di Sabatini) “Era nato col dono della risata e la sensazione che il mondo fosse pazzo”, e coerentemente si conclude con André che, scoperte le sue origini, deve constatare che ci sono cose che, anche da adulti, non capiremo mai, “La vita, tanto per cominciare”. Ai fan di questo capolavoro consiglio anche La Principessa Sposa di William Goldman." ~ DarkKnight, ibis.it

Scaramouche

Bretagna, ultimi anni dell’Ancien Régime. Un romanzo d'amore, avventura, ardimento, fughe rocambolesche, duelli, smargiassiate, e vendetta.

Parte Prima: La Toga

Capitulo 1: Il Repubblicano

Era venuto al mondo col dono del riso e con la sensazione che tutta la gente fosse pazza. E in questo consisteva tutto il suo patrimonio. La sua stessa paternità era oscura, per quanto il villaggio di Gravillac avesse da tanto tempo dissipato la nube di mistero che la circondava. Quel semplice popolo bretone non era tanto semplice da lasciarsi ingannare da una pretesa parentela che non aveva neppure il merito dell'originalità. Quando un gentiluomo, senza ragione apparente, dichiara di essere il padrino di un bambino venuto nessuno sa di dove, e si incarica poi del mantenimento e dell'educazione del ragazzo, il più tonto dei contadini capisce perfettamente la situazione. E così la buona gente di Gravillac non si faceva illusioni circa la vera parentela tra André-Louis Moreau — come era stato chiamato il ragazzo — e Quintin di Kerkadiou, signore di Gravillac, che abitava nella grande casa bigia, dominante dalla sua altezza il villaggio.
André-Louis aveva imparato a leggere e a scrivere alla scuola del villaggio, mentre abitava con il vecchio Rabouillet, il notaio che era incaricato degli Kerkadiou. Poi, a quindici anni, era stato mandato a Parigi, al liceo Louis le Grand, per studiare legge, e ora era tornato per esercitarla insieme a Rabouillet. Tutto questo a spese del suo padrino, il quale, mettendolo un’altra volta sotto la tutela di Rabouillet, sembrava incaricarsi apertamente del suo avvenire.
André-Louis, da parte sua, aveva approfittato il più possibile di tutte le opportunità che gli erano state offerte. Lo troviamo all'età di 24 anni, rimpinzato di una sapienza sufficiente a produrre un'indigestione intellettuale in una mente comune. Attraverso ai suoi zelanti studi dell'Uomo, da Tucidide agli Enciclopedisti, da Seneca a Rousseau, egli aveva trasformato in un’incrollabile convinzione le sue prime impressioni coscienti della pazzia generale della nostra specie. Né mi riesce di scoprire che più tardi nella sua vita avventurosa qualcosa l'abbia smosso dalla sua opinione.
A vederlo, era magro e sottile, d'una statura che superava appena la media, con un viso furbo e astuto, naso e zigomi sporgenti e capelli neri lisci che gli arrivavano quasi alle spalle; la bocca dalle labbra sottili era lunga e ironica e lo salvava dalla bruttezza solo lo splendore di due occhi luminosi e penetranti, tanto scuri da sembrare quasi neri. I suoi scritti — disgraziatamente troppo scarsi — e specialmente le sue Confessioni, ci danno ampia prova dell'originalità della sua mente e del suo dono di una rara eleganza di espressione.
Aveva appena coscienza di avere il dono dell'eloquenza, benché questa gli avesse già procurato una certa fama nel Circolo Letterario di Rennes, uno di quei club ora comunissimi nella regione, nei quali si riuniva la gioventù intellettuale della Francia per studiare e discutere le nuove filosofie che stavano penetrando nella vita sociale. Ma la fama che vi aveva acquistato non era invidiabile. Egli era troppo irrispettoso, troppo mordace, troppo portato — così pensavano i suoi colleghi — a mettere in ridicolo le loro sublimi teorie per la redenzione del genere umano. Quanto a lui sosteneva che non faceva altro che mettere davanti ai loro occhi lo specchio della verità, e che non era colpa sua se, quando vi si riflettevano, diventavano ridicoli.
Con tutto questo, naturalmente, egli non arrivava che a esasperarli; e a un punto tale che la sua espulsione dal Circolo era stata presa in seria considerazione e sembrava inevitabile dopo che M. de Gravillac l'aveva nominato suo delegato agli Stati di Bretagna. Tutti pensavano che, in una società sorta per la riforma sociale, non c'era posto per il rappresentante ufficiale di un gentiluomo, per un uomo cioè di principî reazionari così apertamente confessati.
Non era tempo di mezze misure. Quel barlume di speranza che aveva cominciato a brillare sull'orizzonte quando Necker aveva finalmente persuaso il Re a convocare gli Stati Generali — ciò che non avveniva da quasi 200 anni — era stato utimamente oscurato dall'insolenza del clero e dell'aristocrazia che erano decisi a far sì che questi Stati Generali fossero composti in modo da salvaguardare i loro privilegi.
La prospera e industriosa città marina di Nantes - la prima a manifestare i sentimenti che si spargevano ora rapidamente in tutta la regione — aveva pubblicato nei primi giorni di quel novembre 1788 un manifesto che la Municipalità era stata costretta a presentare al Re. Non si intendeva che gli Stati di Bretagna, che dovevano raccogliersi a Rennes, fossero come in passato un semplice strumento della nobiltà e del clero, e che il Terzo Stato non avesse voce o potere, tranne che per votare sussidi come gli veniva ordinato. Per metter fine all'amara anomalia che lasciava il potere nelle mani di quelli che non pagavano tasse, il manifesto domandava che il Terzo Stato fosse rappresentato da un deputato ogni diecimila abitanti; che questo deputato fosse scelto rigorosamente nella classe che doveva rappresentare, e che non fosse né un nobile né il delegato, siniscalco, notaio o intendente di un nobile; che i rappresentanti del Terzo Stato fossero in numero uguale a quelli degli altri due Stati e che in tutte le questioni i voti contassero per testa e non, come fino a quel giorno, per Stato.
Questo manifesto, che conteneva altre domande secondarie, diede ai frivoli eleganti dell' Oeil-de-boeuf a Versailles, una veduta di sfuggita, ma sconcertante, delle novità alle quali Necker si avventurava ad aprire la porta. Se la loro volontà fosse prevalsa, non è difficile immaginare quale sarebbe stata la risposta a questo manifesto. Ma era Necker il pilota che si sforzava di condurre in porto la pericolante nave dello Stato. Dietro suo consiglio il Re aveva rimandato la questione agli Stati di Bretagna perché fosse regolata, ma con la significante promessa di intervenire se gli Ordini privilegiati, clero e nobiltà, avessero resistito alle domande popolari. E gli Ordini privilegiati, correndo ciecamente alla rovina, avevano naturalmente resistito, cosi che il Re aveva prorogato gli Stati.
Ma ora, col vostro permesso, gli Ordini privilegiati rifiutavano di essere prorogati, rifiutavano di inchinarsi all'autorità del sovrano. Volevano continuare le sedute al dispetto di quel decreto, come se lo ignorassero, e volevano procedere con le elezioni nel modo che desideravano e così esser sicuri di salvaguardare i loro privilegi e continuare il loro sistema di rapina.
Venendo una mattina di novembre a Gravillac tutto ardente di queste notizie, Filippo de Vilmorin, studente di teologia al seminario di Rennes e membro ben conosciuto del Circolo Letterario, trovò, in quel piccolo villaggio bretone addormentato, materia di eccitazione per la sua indignazione già viva. Un contadino di Gravillac, chiamato Mabey, era stato ucciso con una fucilata in quella mattina nei boschi di Meupont, al di là del fiume, da un guardiacaccia del marchese de la Tour d'Azyr. Il disgraziato era stato sorpreso nell'atto di togliere un fagiano da un laccio, e il guardiacaccia aveva agito in seguito ad un espresso ordine del suo padrone.
Infuriato da un atto di tirannia così assoluta e crudele, M. de Vilmorin propose di esporre il caso a M. de Kerkadiou. Mabey era vassallo di Gravillac e Vilmorin sperava di persuadere il signore di Gravillac a chiedere almeno qualche provvedimento di riparazione per la vedova e i tre orfani che quell'ordine brutale aveva fatto.
Ma poiché André-Louis era il più caro amico di Filippo — quasi fratello — il giovane seminarista per prima cosa cercò di lui. Lo trovò a colazione solo, nella lunga bassa sala da pranzo dai muri imbiancati della casa di Rabouillet — l'unica casa che André-Louis avesse mai chiamato sua — e dopo averlo abbracciato lo investi con la sua denuncia del marchese de la Tour d'Azyr.
— Ne ho già sentito parlare — disse André-Louis.
— Lo dite come se questo non vi sorprendesse per niente — gli rimproverò il suo amico.
— Nessuna cosa bestiale mi può sorprendere quando è fatta da una bestia. E La Tour d'Azyr è una bestia, come tutti sanno. Tanto più stupido Mabey a mettersi a rubare i suoi fagiani. Avrebbe dovuto rubare quelli di un altro.
— E questo tutto quello che ne dite?
— E che cosa dovrei dire? Non sono uno che abbia la testa nelle nuvole, mi pare.
— Quello che c'è da dire di più mi propongo di dirlo io al vostro padrino, M. de Kerkadiou. Mi appellerò a lui per ottenere giustizia.
— Contro il marchese de la Tour d'Azyr? — disse André-Louis alzando le sopracciglia.
— Perché no?
— Mio caro ingenuo Filippo, cane non mangia cane.
— Siete ingiusto verso il vostro padrino. E un uomo compassionevole.
— Oh, compassionevole finché volete! Ma questa non è una questione di compassione, è una questione di leggi di caccia.
Vilmorin alzò le sue lunghe braccia al cielo, disgustato. Era un giovanotto alto e magro, più giovane di André-Louis di un anno o due. Era vestito molto sobriamente di nero, come conviene a un seminarista, con polsi e colletto bianchi, e fibbie d'argento alle scarpe. I suoi capelli bruni pettinati con cura erano vergini di cipria.
— Parlate come un avvocato — egli esplose.
— Naturalmente. Ma non perdete tempo ad arrabbiarvi con me per questo. Ditemi piuttosto che cosa volete ch'io faccia ?
— Voglio che veniate con me da M. de Kerkadiou e che usiate della vostra influenza per ottenere giustizia. Sarà troppo quello che domando?
— Mio caro Filippo, io sono al mondo per servirvi. Vi avverto che sarà un passo inutile; ma lasciatemi finire la mia colazione e poi sono ai vostri ordini.
M. de Vilmorin si lasciò cadere in una comoda poltrona vicino al focolare ben tenuto, nel quale bruciava allegramente un buon fuoco di legno di pino. E mentre aspettava egli diede al suo amico le ultime notizie degli avvenimenti di Rennes. Giovane, ardente, entusiasta e pieno di ideali utopistici, egli denunciò con parole roventi il contegno ribelle dei privilegiati.
André-Louis, già pienamente al corrente delle idee dominanti in quell'assemblea alle cui deliberazioni egli prendeva parte come rappresentante di un nobile, non fu per niente sorpreso da quanto gli veniva raccontato. M. de Vilmorin trovò esasperante che il suo amico non volesse partecipare alla sua indignazione.
— Ma non vedete ciò che questo significa? — gridò — I nobili, ribellandosi al Re, colpiscono le basi stesse del trono. Non vedono che la loro stessa esistenza dipende da questo, che se il trono cade sono quelli che gli stanno più vicini che saranno schiacciati? Non lo vedono?
— Evidentemente, no. Sono semplicemente classi governanti e non ho mai sentito di classi governanti che avessero occhi per qualche cosa che non fosse il loro vantaggio immediato.
— Questa è l'ingiustizia. Questo è quello che vogliamo cambiare.
— Abolirete le classi governanti? E un esperimento interessante. Credo che fosse il piano originale della creazione, e sarebbe riuscito, se non fosse stato per Caino.
— Quello che faremo — disse M. de Vilmorin reprimendo la sua esasperazione — è di trasferire il potere in altre mani.
— E credete che questo farà differenza?
— So che ne farà.
— Ah! Capisco che ora che avete preso gli ordini minori, avete già ricevuto le confidenze dell'Onnipotente. Vi avrà confidato la sua intenzione di cambiare il modello del genere umano.
Il fine viso ascetico di M. de Vilmorin si oscurò.
— Non scherzate con le cose sacre — ammoni.
— Vi assicuro che sono serio. Per fare quello che intendete non sarebbe necessario nulla meno dell'intervento divino. Bisogna cambiare l'uomo, non i sistemi. Potreste forse, voi e i nostri vanagloriosi amici del Circolo Letterario di Rennes, o qualunque altra sapientissima società di Francia, escogitare un sistema di governo che non sia mai stato provato? Certamente no. E si può dire che uno qualunque dei sistemi provati non sia stato un insuccesso alla fine? Mio caro Filippo, il futuro si può leggere con certezza solo nel passato. Ab actu ad posse valet consecutio. L'uomo non cambia mai. E sempre ingordo, sempre avido, sempre vile. Parlo dell'uomo in generale.
— Volete sostenere che sia impossibile migliorare la massa del popolo ? — chiese M. de Vilmorin in tono di sfida.
— Quando dite il popolo intendete il popolaccio, naturalmente. Volete abolirlo? Questo è l'unico modo di migliorare la sua sorte, perché finché resterà popolaccio la sua sorte sarà l'inferno.
— Voi sostenete naturalmente la parte che vi impiega. Non dovrei meravigliarmene.
M. de Vilmorin parlava tra il dispiacere e l’indignazione.
— Al contrario, io cerco di ragionare con assoluta imparzialità. Vediamo un po' queste vostre idee. A che forma di governo aspirate? A una repubblica, bisogna dedurre da quello che avete detto. Ebbene, l'avete di già. La Francia in realtà è una repubblica oggigiorno.
Filippo lo guardò a occhi spalancati.
— State dicendo dei paradossi, mi pare. E il Re?
— Il Re? Tutti sanno che non c'è stato più re in Francia da Luigi XIV. C'è un obeso gentiluomo a Versailles che porta la corona, ma le stesse notizie che mi date mostrano come conta poco in realtà. I veri governanti sono i nobili e il clero che siedono in alto e tengono il popolo di Francia imbrigliato sotto i loro piedi. Ecco perché dico che la Francia è una repubblica: una repubblica fabbricata sopra il miglior modello, il modello romano. Allora come adesso vi erano grandi famiglie patrizie che vivevano nel lusso, riserbando per sé il potere e le ricchezze e tutte le altre cose che si crede valga la pena di possedere; e vi era la plebe schiacciata e gemente, sanguinante, affamata, morente nei canili di Roma. Quella era una repubblica; la più potente che si sia mai vista.
Filippo lottò con la sua impazienza.
— Vorrete ammettere almeno — e di fatto l’avete ammesso già - che non potremmo esser governati peggio di quel che siamo?
— Non è questa la questione. La questione è: saremmo meglio governati se sostituissimo l'attuale classe dirigente con un'altra ? Senza qualche garanzia di questo, sarei l'ultimo ad alzare un dito per effettuare questo cambiamento. E che garanzia potete dare? Qual è la classe che mira al potere? Ve lo dirò io. E la borghesia.
— Come?
— Questo vi meraviglia, eh? La verità è così spesso sconcertante. Non l'avevate pensato? Bene, pensateci adesso. Osservate bene questo manifesto di Nantes. Chi ne è l'autore?
— Vi dirò chi ha costretto la Municipalità di Nantes a presentarlo al Re. Una diecina di migliaia di lavoratori, carpentieri, tessitori, contadini e artigiani di ogni genere.
— Stimolati, spinti da quelli che li impiegano, i ricchi commercianti e armatori di navi di quella città — rispose André-Louis. — Ho una certa abitudine di osservare le cose da vicino, ed è quello che mi fa detestare tanto cordialmente dai nostri colleghi del Circolo nelle discussioni. Dove io approfondisco essi restano alla superficie. Dietro a questi operai e artigiani di Nantes, stanno i negozianti di vele, i fabbricanti, gli armatori, i mercanti di schiavi. Si, i mercanti di schiavi! Uomini che nelle colonie vivono e si arricchiscono col traffico della carne e del sangue umano, conducono nel loro paese una campagna per il sacro nome della libertà! Non vedete che tutto il movimento non è altro che un movimento di speculatori e di mercanti che, tronfi di ricchezza, si sentono spinti ad agognare quel potere che finora solo la nascita può dare? I banchieri di Parigi che posseggono i buoni del Debito nazionale, vedendo le critiche condizioni finanziarie dello Stato, tremano al pensiero che possa essere in potere di un solo uomo la cancellazione del debito di bancarotta. Per mettersi al sicuro essi lavorano di nascosto per far cadere uno Stato e fabbricarne sulle sue rovine un altro nel quale essi siano padroni. E per riuscire a questo essi infiammano il popolo. Già nel Delfinato abbiamo visto il sangue scorrere come l'acqua — il sangue della plebe, sempre il sangue della plebe. Qui ora in Bretagna può essere che si veda la stessa cosa. E se in fine le nuove idee prevalessero? Se il governo feudale fosse abbattuto, cosa si avrebbe? Avreste cambiato un'aristocrazia per una plutocrazia. Ne vale la pena? Credete che sotto banchieri e mercanti di schiavi, e uomini che si sono arricchiti in altri paesi con le ignobili arti di vendere e comprare, la massa del popolo starebbe meglio che sotto i suoi preti e i suoi nobili? Non vi è mai venuto in mente, Filippo, che cosa è che rende il governo dei nobili così intollerabile ? L'avidità. L'avidità è la maledizione dell'umanità. E vi aspetterete una minor avidità in uomini che si sono innalzati per la loro avidità stessa? Oh, sono pronto ad ammettere che il governo attuale sia esecrabile, ingiusto, tirannico — tutto quello che volete — ma vi prego di guardare avanti e di osservare che il governo per il quale desiderate un cambiamento può essere infinitamente peggiore.
Filippo sedette pensoso per un momento. Poi ritornò alla carica.
— Voi non parlate degli abusi, degli orribili, intollerabili abusi del potere sotto il quale soffriamo adesso.
— Dove c'è potere ci sarà sempre abuso.
— No, se l'abuso del potere dipendesse dalla sua equa amministrazione.
— L'uso del potere è potere. Non possiamo comandare a quelli che lo tengono.
— Il popolo può. Il popolo nella pienezza della sua forza.
— Di nuovo vi chiedo: quando dite popolo, intendete la plebe? Sì. Che potere può avere la plebe? Può ammutinarsi. Può incendiare e assassinare per un certo tempo. Ma non può tenere stabilmente il potere, perché il potere richiede qualità che la plebe non possiede, altrimenti non sarebbe più plebe. L'inevitabile, tragico corollario della civiltà è la plebe. Per il resto, gli abusi possono essere corretti dall'equità; e l'equità se non si trova nelle classi più illuminate, non si trova del tutto. Necker si sta occupando di correggere gli abusi e limitare i privilegi. Questo è deciso. A questo scopo gli Stati Generali devono riunirsi.
— E in Bretagna abbiamo avuto un principio che promette bene, com'è vero Dio! — esclamò Filippo.
— Oh, questo non è niente! Naturalmente i nobili non si arrenderanno senza una lotta. Sarà una lotta meschina e ridicola, ma del resto... è nella natura umana, a quel che pare, l'esser meschino e ridicolo.
M. de Vilmorin divenne desolatamente sarcastico.
— Probabilmente chiamerete meschina e ridicola anche l'uccisione di Mabey? Dovrei quasi esser preparato a sentirvi sostenere, in difesa del marchese de la Tour d'Azyr, che il suo guardiacaccia ha agito con umanità uccidendo Mabey, perché così gli ha risparmiato la galera a vita.
André-Louis bevve il resto della sua cioccolata; poso la tazza e spinse indietro la sedia.
— Confesso di non avere la vostra grande carità. Filippo. Sono commosso dalla sorte di Mabey. Ma avendo superato la scossa dell'emozione di queste notizie, non dimentico che dopo tutto Mabey stava rubando quando incontro la morte.
M. de Vilmorin si raddrizzò in tutta la sua altezza.
— Questo è il punto di vista che bisogna aspettarsi da uno che è intendente e amministratore di un nobile e delegato di un nobile egli Stati Generali di Bretagna.
— Filippo, è giusto questo? Siete in collera con me! — egli gridò con vera emozione.
— Sono ferito — ammise M. de Vilmorin — sono profondamente ferito dalla vostra attitudine. E non sono il solo a risentirmi delle vostre tendenze reazionarie. Sapete che al Circolo si sta pensando seriamente alla vostra Espulsione?
André-Louis alzò le spalle.
— Questo non mi sorprende né mi commuove.
M. de Vimorín continuo appassionatamente:
— Qualche volta penso che non abbiate cuore. Per voi quel che conta è sempre la legge, non l'equità. Mi accorgo, André, che ho sbagliato venendo da noi. Mi sembra che non possiate essermi di nessun aiuto nel mio colloquio con M. de Kerkadiou.
Egli prese il cappello con la manifesta intenzione di andarsene. André balzò in piedi e lo affermò per un braccio.
— Giuro — disse — che questa e l'ultima volta che ho consentito a parlare di leggi e di politica con voi, Filippo. Vi voglio troppo bene per guastarmi con voi per i affari degli altri.
— Ma io li faccio miei — insisté Filippo con veemenza.
— Naturalmente, e vi voglio bene per questo. È giusto che la facciate. Dovete essere sacerdote e gli affari del sacerdote sono gli affari di tutti. Mentre io sono un legale — l'amministratore di un nobile, come dite voi — e gli affari di un legale sono quelli del suo cliente. Questa è la differenza che corre tra noi. Tuttavia non voglio che mi allontaniate da voi.
— Sentite. Vi dico francamente, ora che ci penso, che preferirei andare a parlare a M. de Kerkadiou senza di voi. Il vostro dovere verso il vostro cliente non mi potrebbe aiutare.
La sua collera era passata, ma la sua determinazione restava ferma, basata sulla ragione che ne aveva data.
— Benissimo — disse André-Louis. — Sarà come volete. Ma nulla può impedirmi di venire con voi fino al castello e di aspettarvi mentre farete la vostra visita a M. de Kerkadiou.
E così uscirono insieme da buoni amici, perché la dolce natura di M. de Vilmorin non consentiva rancore, e si avviarono su per la ripida strada principale di Gravillac.